La recente scoperta di uno studio coordinato dall’Università La Sapienza di Roma rappresenta un grandissimo passo in avanti nella cura dei tumori. I ricercatori hanno individuato il meccanismo molecolare utilizzato da alcuni tumori per ingannare e neutralizzare le difese immunitarie.
Scopriamo perché è così importante e le conseguenze in termini di prospettive future nelle cure della malattia, cercando di conoscere meglio i soggetti protagonisti di questa ricerca, ovvero i linfociti T - soldati d’assalto del nostro organismo - e la proteina TGFBI - scudo molecolare che riesce a disattivare le funzioni dei soldati linfociti T.
I linfociti T sono i soldati d’assalto del nostro corpo, il loro lavoro è importantissimo, perché rappresentano la difesa davanti ai possibili attacchi esterni. Nascono nel midollo osseo e maturano nel timo (per questo detti “T”). Il loro funzionamento avviene per riconoscimento, coordinazione e attacco: ognuno di essi possiede dei recettori in superficie che analizzano le altre cellule e si attivano quando individuano un’alterazione (che può essere antigene virale o tumorale), i linfociti T-Helper che coordinano le operazioni di difesa rilasciando molecole citochine per dare l’allarme, richiamando altre cellule immunitarie, danno l’autorizzazione ai linfociti B per la produzione di anticorpi e di attacco ai linfociti T Citotossici, che si agganciano sulla cellula malata rilasciando tossine che perforano la membrana delle cellule per distruggerla dall’interno.
Esistono però tumori che riescono a nascondersi ingannando i linfociti, possono farlo attraverso freni molecolari o producendo proteine scudo, come la proteina TGFBI (transforming growth factor beta-induced). Si tratta di una molecola la cui normale funzione è di regolare l’adesione tra cellule, ma in contesto oncologico diventa complice del cancro, perché la sua presenza massiccia crea una barriera chimica che avvolge la neoplasia rendendo difficile l’azione di difesa. I linfociti T cercano di avvicinarsi per attaccare, la TGFBI funge da sonnifero biochimico e si lega ai recettori delle cellule immunitarie bloccandole e disattivandole completamente prima che possano difendere.
Grazie all’analisi del "secretoma" (insieme di sostanze rilasciate dalle cellule malate) nei pazienti con tumore al fegato e al colon-retto, si è potuto osservare il funzionamento di questa proteina come scudo molecolare, che spiega perché alcuni carcinomi - i cosiddetti tumori freddi - riescano a rendersi invisibili e sfuggire al controllo del sistema immunitario.
Il nuovo studio dell’Università la Sapienza e pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal for ImmunoTherapy of Cancer, mette in luce un sistema di difesa dei tumori inedito, che rivela che la proteina TGFBI agisce come uno "scudo molecolare". Come anticipato, attraverso l’analisi proteomica del secretoma in pazienti con cancro al fegato e al colon-retto è risultato che tale sostanza ha la capacità di proteggere il tumore e inibire le difese immunitarie. Inoltre, dato importantissimo, i ricercatori hanno osservato che alti livelli di TGFBI sono collegati a una minore aspettativa di vita nei pazienti oncologici.
Questa scoperta spiega come mai le terapie antitumorali che includono anticorpi monoclonali rivolti contro i cosiddetti "immune checkpoints" (veri e propri freni biologici, che impediscono alle cellule immunitarie di attaccare il cancro) e li disattivano sbloccando il sistema immunitario, non hanno risposta positiva nei pazienti con "tumori freddi", come la maggior parte dei carcinomi del colon-retto e del fegato.
L’aspetto rivoluzionario della ricerca è che bloccando questa proteina in laboratorio i linfociti si riattivano, migrano verso i tessuti malati e tornano a combattere efficacemente il tumore. Si aprono così nuove prospettive terapeutiche, perché lo sviluppo di farmaci capaci di bloccare questa specifica proteina potrebbe offrire una nuova e potente arma da utilizzare soprattutto nei casi in cui i trattamenti tradizionali con gli inibitori convenzionali contro gli "immune checkpoints" non funzionano.
Questa scoperta si inserisce nel filone dell’immunoterapia, che a differenza della chemioterapia non bombarda l’organismo con sostanze tossiche per distruggere le cellule malate ma fornisce "istruzioni" o toglie i "freni biochimici" al sistema immunitario, per fare in modo che siano proprio gli stessi linfociti T a fare tabula rasa del tumore: un’innovazione medica premiata nel 2018 con il Premio Nobel.
L'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha riconosciuto l’innovatività di queste nuove scoperte approvando recentemente nuove terapie d'avanguardia, tra cui la doppia immunoterapia (nivolumab e ipilimumab) per il tumore del colon-retto metastatico, capace di raddoppiare i tassi di sopravvivenza, e nuovi anticorpi monoclonali come tislelizumab e durvalumab per il trattamento di carcinomi aggressivi gastrici, esofagei e polmonari e offrendo una possibilità concreta a pazienti che non rispondevano a cure tradizionali.
Oltre alla farmacologia d’avanguardia ci sono le terapie cellulari CAR-T, che prevedono il prelievo dei linfociti T del paziente per modificarli geneticamente in laboratorio dotandoli di un radar biologico per poi diffonderli nuovamente per aggredire i tumori del sangue. L’identificazione della proteina TGFBI come molecola scudo permette di estendere l’efficacia dei farmaci immunoterapici anche ai tumori freddi, che restano insensibili alle difese immunitarie. Il prossimo passo sarà lavorare allo sviluppo di farmaci (anticorpi specifici) per riuscire a bloccare la TGFBI direttamente nei pazienti e ridurre così in modo considerevole i tempi tra laboratorio e ospedale.
Il comunicato dell’Università La Sapienza di Roma spiega che lo studio è stato condotto grazie al sostegno di diversi grants, tra i quali quelli ottenuti da Fondazione AIRC e CRUK Hepatocellular Carcinoma Expediter Network (HUNTER) Accelerator Award (VB), ed alla collaborazione multidisciplinare di vari centri di eccellenza italiani e internazionali, come Istituto Superiore di Sanità, Istituto Tumori Regina Elena di Roma, Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, Cancer Research Centre Lyon (Francia), University College London (UK), mostrando come questo tipo di lavori e di risultati si raggiungono grazie alla coordinazione di numerose forze che collaborano verso un unico risultato e per far sì che questo sia possibile è fondamentale dare spazio e garantire fondi alla ricerca medico scientifica.
2026-08-12T15:02:27Z